Laurea telematica e assunzioni, il pregiudizio è stato misurato: vale 2,5 punti su 100, l'esperienza ne vale 21

Redazione Uniepoint · scelta-ateneo · 2026-09-04

In breve

Chi rinuncia a laurearsi online per paura di essere scartato teme una cosa che è stata misurata sul serio una volta sola: a parità di tutto il resto un titolo conseguito a distanza riduce le probabilità di essere scelto di 2,5 punti su 100, in interi settori l'effetto è zero, e l'esperienza di lavoro pertinente pesa da sei a otto volte tanto. In Italia quella misura non l'ha mai fatta nessuno, e i numeri sull'occupazione dei laureati telematici che trovi in rete rispondono a un'altra domanda.

Le aziende scartano chi ha studiato in una telematica?

Una differenza esiste, ed è piccola: due punti e mezzo su cento. È il risultato dell'unico esperimento recente che abbia misurato il comportamento di chi assume invece di chiedergli un'opinione, condotto nel dicembre 2025 dal centro di ricerca Ithaka S+R su 543 tra responsabili delle risorse umane e selezionatori.

A ciascuno sono state mostrate dodici coppie di candidati identici in tutto tranne che per pochi dettagli, per un totale di 6.516 scelte. Il candidato con il titolo conseguito online è stato scelto nel 48,7% dei casi, quello con il titolo in presenza nel 51,3%.

La domanda vera, però, non è se quella differenza esista: è quanto pesa rispetto a tutto il resto. E qui il confronto è impietoso.

Cosa cambia nel candidatoQuanto sposta le probabilità di essere scelto
Aver studiato online invece che in presenza2,5 punti in meno
Avere uno o due anni di esperienza pertinenteda 15,3 a 21,4 punti in più
Avere una competenza tecnica avanzata15,9 punti in più

Detto in modo diretto: un anno di esperienza nel settore giusto vale sei volte il modo in cui hai studiato. Chi rinuncia alla laurea per il timore del giudizio sta rinunciando alla cosa che pesa di più per evitare quella che pesa di meno.

Ci sono settori in cui non conta proprio nulla?

Sì, ed è la parte più utile dello studio: dove la formazione online è già diffusa la penalità sparisce. Nei settori economico e gestionale, nella sanità e nell'istruzione i ricercatori non hanno rilevato alcuno svantaggio per i titoli online. Dove invece la formazione a distanza è poco diffusa la differenza sale a 3,9 punti, e tocca il massimo di 4,7 punti in un caso specifico, quello di un titolo online preso in un ateneo lontano da dove si cerca lavoro.

Vale la pena rileggere quei numeri sapendo cosa misurano: anche il caso peggiore vale meno di un terzo di quanto pesi un anno di esperienza.

Per la legge il titolo è lo stesso?

Sì, e non è una questione di interpretazione: è scritto nel decreto che ha istituito le università telematiche. Il decreto ministeriale del 17 aprile 2003, all'articolo 2, stabilisce che i titoli accademici previsti dall'articolo 3 del decreto 509 del 1999, cioè gli stessi di qualunque altro ateneo italiano, possono essere rilasciati dalle istituzioni riconosciute secondo quelle procedure, e che tali istituzioni prendono il nome di università telematiche.

Non esiste quindi una laurea telematica come categoria giuridica separata: esiste la laurea, con la sua classe, rilasciata da un ateneo accreditato. Le università telematiche riconosciute dal Ministero dell'Università e della Ricerca sono undici, tutte di diritto privato, e devono svolgere in presenza gli esami di profitto e la discussione della tesi. Se vuoi vedere come funziona nel concreto, lo abbiamo raccontato nella guida su come si fanno gli esami nelle università telematiche.

Nei concorsi pubblici cambia qualcosa?

No, e qui non c'è margine di opinione: i bandi chiedono una classe di laurea, non un ateneo. La formula ricorrente richiede un titolo rilasciato da università statali o non statali legalmente riconosciute, e le telematiche accreditate rientrano in quella definizione. Abbiamo censito 58 canali di reclutamento fra Forze armate, forze dell'ordine, ministeri, sanità ed enti locali nella guida su quale laurea serve per i concorsi pubblici: la classe conta, la modalità di studio no.

Questo copre la parte di mercato del lavoro dove le regole sono scritte. Il resto, cioè il privato, è il posto dove nasce la preoccupazione, e dove i dati italiani semplicemente non esistono.

E in Italia nessuno l'ha misurato?

Nessuno, e vale la pena sapere perché, prima di fidarsi dei numeri che girano.

Il dato più citato dice che i laureati delle telematiche risultano occupati entro un anno nel 77,46% dei casi contro il 74,46% dei laureati degli atenei statali. Abbiamo cercato quel confronto nel Rapporto ANVUR 2026, che è la fonte istituzionale sul sistema universitario: non c'è. Il numero proviene da un osservatorio pubblicato da un portale commerciale che confronta fra loro le università telematiche.

Ma il problema più serio non è la fonte, è cosa misura. Molti di quei laureati lavoravano già prima di iscriversi, e non è una nostra impressione: è ANVUR a scrivere che le università telematiche attraggono prevalentemente studenti adulti, spesso già occupati. Un tasso di occupazione a un anno dalla laurea, in una popolazione del genere, dice poco o nulla su quanto quel titolo piaccia a chi assume.

C'è poi un fatto che nessuno racconta, ed è quello che rende impossibile rispondere alla domanda con numeri italiani. Gli esiti occupazionali dei laureati in Italia li rileva AlmaLaurea, il consorzio nato nel 1994 che intervista i laureati a uno, tre e cinque anni dal titolo: l'indagine 2026 copre 81 atenei e quasi 700.000 laureati. L'adesione però è volontaria, e fra le undici università telematiche vi partecipano, per convenzione, soltanto eCampus, Guglielmo Marconi e Giustino Fortunato.

Per gli altri atenei telematici, compresi i tre più grandi, quei dati non esistono. E non è una nostra deduzione: nel rapporto di riesame ciclico del 2024 di un corso di laurea di Pegaso, l'azione correttiva intitolata "monitoraggio soddisfazione e occupabilità dei laureati" risulta con stato di avanzamento "non completato", con i primi risultati attesi per la seconda metà dell'anno accademico 2024/25.

Lo scriviamo pur essendo la piattaforma che segue gli studenti di quegli atenei, perché è l'unico modo onesto di rispondere: chiunque ti dia una percentuale sull'occupazione dei laureati di Pegaso, Mercatorum o San Raffaele sta citando qualcosa che non è stato rilevato in modo indipendente.

Dieci anni fa la risposta era diversa?

Sì, ed è la notizia migliore di tutte: il pregiudizio si sta sgonfiando. Nel 2016 la rivista dell'American Economic Association pubblicò un esperimento diventato un riferimento: curriculum finti inviati a offerte di lavoro vere, cambiando solo l'istituzione. Una laurea in discipline economiche presa in un ateneo online a scopo di lucro riceveva il 22% di richiami in meno di una equivalente presa in un ateneo pubblico non selettivo. Nei lavori in ambito sanitario, invece, i titoli di quelle stesse istituzioni ricevevano meno risposte tranne quando il posto richiedeva una licenza professionale, cioè una garanzia esterna di qualità.

Gli autori dello studio del 2025 lo confrontano proprio con quelle rilevazioni, che misuravano penalità di tutt'altro ordine di grandezza, e osservano che la maggiore familiarità con la formazione a distanza le ha molto ridotte.

Due avvertenze, perché i numeri stranieri non si trasferiscono da soli. La prima: gli atenei online a scopo di lucro statunitensi di dieci anni fa non sono le università telematiche accreditate dal Ministero, che rilasciano titoli identici a quelli di ogni altro ateneo italiano. La seconda: sono ricerche condotte su selezionatori americani, e in Italia nessuno ha replicato quel disegno. Le citiamo perché sono l'unica evidenza esistente, non perché descrivano il mercato italiano.

Cosa sposta davvero l'ago, allora?

Le stesse tre cose per tutti, telematica o no: esperienza pertinente, competenze dimostrabili, settore in cui ti muovi. Sono le variabili che nell'esperimento del 2025 valgono da sei a otto volte la modalità di studio, ed è lì che conviene mettere energia.

Tre conseguenze pratiche:

In sintesi

Il titolo è lo stesso per legge, nei concorsi pubblici la modalità non entra nemmeno nei requisiti, e nel privato l'unica misura seria esistente dice che lo svantaggio è di due punti e mezzo, nullo in interi settori, e schiacciato da esperienza e competenze.

Quello che nessuno può dirti, e diffida di chi lo fa, è cosa succede in Italia, perché quel dato non è mai stato raccolto.

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Domande frequenti

Una laurea telematica vale come una laurea di un'università statale?

Sì. Il decreto ministeriale del 17 aprile 2003 stabilisce che le università telematiche riconosciute rilasciano gli stessi titoli accademici previsti per tutti gli altri atenei. Nei concorsi pubblici conta la classe di laurea, non l'ateneo né la modalità di studio.

I datori di lavoro capiscono che ho studiato online?

Sì, perché sul curriculum compare il nome dell'ateneo. L'unico esperimento recente che ha misurato l'effetto, su 543 selezionatori nel dicembre 2025, ha rilevato uno svantaggio di 2,5 punti percentuali, nullo nei settori dove la formazione online è già diffusa.

Conviene nascondere nel curriculum che l'università è telematica?

No. Non è nascondibile, dato che il nome dell'ateneo lo rende evidente, e se emerge in un secondo momento costa credibilità. Conviene invece mettere in evidenza esperienza e competenze, che nella stessa misurazione pesano da sei a otto volte di più.

Esistono dati italiani sull'occupazione dei laureati delle telematiche?

Non per tutti gli atenei. Gli esiti occupazionali li rileva AlmaLaurea, a cui si aderisce volontariamente: fra le undici università telematiche partecipano soltanto eCampus, Guglielmo Marconi e Giustino Fortunato. Per gli altri non esiste una rilevazione indipendente.

Quanto conta l'esperienza rispetto al tipo di ateneo?

Molto di più. Nello studio del dicembre 2025 uno o due anni di esperienza pertinente aumentano le probabilità di essere scelti da 15 a 21 punti percentuali, mentre la modalità di studio ne toglie 2,5.

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